Roccabernarda
(KR)
La Leggenda
del “Repulinu” |
"Il pretesto d'allora era
Patria e Legge. E Patria e Legge avevano diritti e non doveri e volevano il
sangue dei figli della miseria. "
"Ma vi era forse una legge
uguale per tutti? Non si direbbe. Non parliamo di questo gigante mostruoso,
poiché la legge locale non è mai esistita, non esisterà fintanto che Iddio
non ci sterminerà tutti".
Queste considerazioni, ricavate da
un diario di un famoso brigante dell'Ottocento, Carmine Crocco, ci danno un'idea
dello stato pietoso in cui era costretta a vivere tanta povera gente nel sud
dell'Italia.
Il fenomeno del brigantaggio si
manifesta quando l'autorità dello Stato è debole e manca un'organizzazione
militare regolare ed efficiente.
Così in Italia e nel Meridione, in
special modo al tempo delle milizie mercenarie il brigantaggio trasse alimento
dai bassi strati della popolazione e fu allora che gruppi di contadini angariati
dai padroni e oppressi dal fisco, abbandonarono i loro villaggi e guidati da un
capo si buttarono alla macchia, e rubavano, uccidevano, imponevano taglie, forti
delle simpatie, dell'appoggio, dell'omertà che sapevano di trovare nelle classi
più umili.
Particolare rilievo per il suo
carattere ha il fenomeno del brigantaggio nella Calabria negli anni precedenti e
immediatamente seguenti al 1860.
Ma chi erano questi personaggi che
infestarono per decenni buona parte del Meridione? Quali erano le cause che li
spingevano a darsi alla macchia e perché riuscivano a tenere testa alle forze
dell'ordine?
Chi erano è presto detto: gente
affamata, quasi sempre ignorante, per la più gran parte braccianti e contadini
che vivevano in condizioni disperate. Praticamente non avevano altra soluzione
che vivere di rapine.
Roccabernarda, come altri paesi
vicini, ebbe pure la sua banda di briganti. Si hanno infatti documenti ed i più
anziani raccontano ancora avventi e fatti che possono essere presi in seria
considerazione.
Il brigantaggio, in quei tempi, era
ben organizzato anche nelle nostre zone.
"Il brigantaggio, dunque - si
legge in un documento si è organizzato, ha uno scopo, vuole una casa per
mantenere la sua armata e la vuole in campagna,
nei boschi, sui monti. .. Ed il
popolo segue con occhio di amore l'infame accozzaglia, ed il Roccabernarda già
sapeva alla vigilia ciò che dovesse seguire alla dimane, e la dimane correva a
far bottino delle carni degli animali uccisi, non dando tempo ai vaccari di
depellare le bestie, ringraziando Dio di quello scialo e pregandolo propizio ai
benefattori dei poveri".
Il brigantaggio viene quasi sempre
presentato in negativo, come organizzazione di bande criminali dedite ai
sequestri, ai ladrocini. Si dimentica però che a volte è stato un fenomeno di
rivolta verso un sistema politico.
Molti uomini e anche donne (le
brigantesse) si diedero alla macchia, assistiti e protetti, molto spesso, dalla
popolazione che così agiva non tanto per paura quanto per solidarietà ai
capi.
Dunque il brigantaggio viene
vissuto come conseguenza della insopportabile arroganza baronale,
dell'ingiustizia sociale del tempo, della lotta impari dei deboli contro il muro
innalzato dai potenti.
E si diventa spesso involontari
ribelli per sete di giustizia, per orgoglio e per fame.
Per intimidire i ricchi, anche qui
da noi, le bande bruciavano fattorie e uccidevano bestiame.
Una conferma la troviamo in una
pagina di Padula (Il brigantaggio in Calabria 1864-65):
"Il giorno 24 luglio (1864)
presso il fiume Tacina in località Serra Rossa, agro di Roccabernarda, ad una
gittata di pietra della strada pubblica 24 briganti vestiti da guardie nazionali
danno addosso ai vaccari del signor Albani ed impongono loro di aggregare agli
animali nel parco. Furono inutili le preghiere ... Sessanta vacche furono
accoppate e 40 ferite".
A questa spedizione punitiva nei
confronti dell'onorevole Albani oltre alla banda capeggiata da Vincenzo Spinelli
di Petilia Policastro hanno preso parte anche gli uomini del 'Repulino' di
Roccabernarda.
Il 'Repulino' capo audace e
spericolato, si era stabilito con la sua banda (pare composta da 7 uomini) sulle
accidentate pendici della valle di maggesi (oggi valle du Repulino) in un'ampia
e profonda grotta ancora esistente. La grotta scavata nella roccia era ben
celata da secolari alberi ed intricate sterpaglie.
Le solite scorrerie, le solite
ruberie, i soliti ordini e messaggi con avvertimenti scritti: "I padronali
che tengono bestiami saranno pregati di mandare somme alle dette vaccherizze. Se
non si trovano le dette somme saranno strutti da capo a piedi".
Il preciso casato del capo banda di
Rocca non si conosce: forse Berardi, Bernardi, Sinardi o forse Pulerà.
"Repulino" è il
soprannome e vuol significare uomo audace e svelto come una lepre. La conferma
del soprannome la si può dedurre dal fatto che ci è stato raccontato e che
riportiamo:
"La banda era stata decimata,
messa alle strette.
"Qualcuno dei briganti
catturato e messo sotto torchio aveva indicato il luogo del nascondiglio. Un
giorno, la mattina delle Palme, correva l'anno 1865, avvenne che il "Repulino"
venne circondato da una squadriglia di guardie e proprio nelle immediate
vicinanze della grotta. Braccato tentò, e ci riuscì di distrarre le guardie
con queste parole:
"Nun me chiamati cchù lu Repulino
chiamatime ranunchio de pantanu
ma si me dati largu quantu nu carrinu
videre ve fazzu lu munnu de chianu."
"Così dicendo, con l'agilità
e la sveltezza di una lepre, si aprì un varco fra le guardie, e ferendone due,
si infilò nella grotta e scomparve. La grotta venne piantonata per parecchi
giorni ma del "Repulino" non si ebbero mai più notizie".
La scomparsa di questo personaggio
segnò la fine del brigantaggio nel Marchesato. Per molti contadini del luogo
che vedevano nei briganti i vendicatori dei loro torti finì un'epoca di incubo,
per altri, maggiormente per i padroni, finì un'epoca di terrore e di
minacce.
Forse la cultura popolare ha un po'
deformato, rendendo leggendarie le vicende dei personaggi reali, facendoli
apparire ora eroi ed ora spregiudicati e malvagi.
Però, bisogna pur dirlo, parecchie
ribellioni dei briganti si sono tradotte in realtà e la rivoluzione creata dal
processo unitario italiano del 1860, non è riuscita a far cambiare le cose, ma
le ha anzi, consolidate.
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